Hotel Savoy
Nell’Europa del primo novecento esistevano molti alberghi che portavano questo nome, grandi costruzioni destinate a sopravvivere stentatamente o a scomparire dopo la belle epoque, per i mutamenti del gusto e il rimescolamento delle classi sociali.
Vengono in mente i frequentatori dell’hotel nel quale si svolge il dramma borghese di “La signorina Else” di Arthur Schnitzler, o quelli descritti da Proust nel suo “All’ombra delle fanciulle in fiore”: ufficiali a riposo, anziani, famiglie benestanti, pur essendo i due autori tanto diversi tra loro sotto ogni altro aspetto.
Imponenti strutture sorgevano pure nelle grandi metropoli, allo scopo di ospitare commercianti e uomini d’affari: per gli scrittori e il cinema luoghi ideali nei quali ambientare trame intricate e piene di mistero.
Persone si incontrano e destini si incrociano anche nell’imponente edificio che da il titolo al secondo romanzo di Roth ( pubblicato nel 1924). La trama, lontana da ogni facile romanticismo, è ambientata al confine tra la dissolta Austria – Ungheria, la Polonia e la Russia, in una sperduta cittadina della Galizia, dove si acuiscono le contraddizioni di un’Europa allo stremo e sull’orlo della rivoluzione. Il luogo, soggetto a inverni lunghi e piovosi, assediato dal fumo delle fabbriche, stretto tra la fame e lo scontento degli operai in sciopero, rappresenta pure una tappa per i reduci che, diretti verso l’ovest, vi sostano per qualche tempo, dopo anni di prigionia e interminabili mesi di cammino. Lì il grande edificio con le sue 864 camere, i suoi sette piani, l'ascensore con liftboy, preannuncia l'Europa, acuisce il richiamo dell'occidente negli uomini desiderosi di rimpatriare dopo gli anni trascorsi in prigionia, e in quelli che, contagiati delle nuove idee, vogliono portare nel loro paese d'origine la rivoluzione, per rovesciare dalle fondamenta il vecchio ordine.










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Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l'occhio e riguardalo: ciò che di lui tu vedi prima non era, e ciò che di lui era più non è.
L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente. .
Chi nega la ragion delle cose, pubblica la sua ignoranza.